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cheto in un cantuccio attendo in quieteintorno a me: vivaci solitudini, intrepide inquietudini
August 08 03 Passaggio Banco del mutuo soccorso Tutto è buio, le tenebre avvolgono una stanza
spoglia. Carte stropicciate vengono spostate da spifferi d’aria provenienti da
un mondo a cui non appartengono più. Al centro di un pavimento polveroso un
clavicembalo spaurito. Passi nell’ombra, passi che non hanno inizio, passi che
non hanno gambe. Voce nelle tenebre, voce che non ha eco, voce che non ha gola.
Come la prima goccia d’acqua al sorgere del mondo, note fioriscono da quel
clavicembalo abbandonato: lucciole sul mare, monete lanciate in aria contro il
sole, lacrime tra le mani, secondi di una vita sfuggita, pizzicotti ad un
ubriaco addormentato, briciole di pane nel deserto, coltellate ad un innocente,
ricordi seminati al vento come coriandoli, baci ad una fotografia, petali
caduti su una lapide, stelle comete tra le nuvole, battiti di ciglia prima di
aprire gli occhi. Una ghigliottina a coprire tasti ancora impolverati. Passi
nell’ombra, passi che non hanno fine, passi che non hanno gambe. Nell’oscurità
una porta dalla quale entrano altre tenebre. La luce delle note si riflette nel
ricordo, in precario equilibrio sul sottile filo del silenzio. Nuova categoria: banco del mutuo soccorso. Libera interpretazione, libera ispirazione. Come vivo l’album che mi ha cambiato la vita: Banco del mutuo soccorso. Iniziamo dalla traccia 3: Passaggio. Siccome non sono in grado di mettere la musica nel post e non avendo trovato video a riguardo è vivamente consigliato l’ascolto della traccia. August 01 CaldOrEstivo Afa pressante e costante. Spengo il ventilatore, voglio sudare per ore.
Il caldo è in saldo in quest’estate che a vampate ritorna e osannate sono le
giornate assolate. Mi verso un bicchiere di vino, sudo e mi inchino alla
temperatura della natura. Devo cuocere il macinato altrimenti andrà buttato,
decido repentino per un ragù sbarazzino e con le carni avanzate delle polpette
arrotondate. Cuociono sui fornelli, mi si bagnano i capelli mentre osservo il
soffritto. Me lo ha prescritto il dottore: ancora un sorso di vino. Fa
capitolino nella stanza la calura della fiamma che, come fotogramma annebbiato,
delinea quanto sono accaldato. Ma caldo è quello che voglio, saldo resto, non
imbroglio. Caldo, afa, sudore. L’ardore che lambisce la mia pelle inumidisce le
mie snelle aspirazioni. Il provar calore sono solo emozioni. Stati d’animo che
rianimo per combattere l’inverno, il perno della discussione è proprio questo.
Sentire per il resto della stagione l’ardore del caldo se non sulla pelle,
almeno nel cuore. July 27 Per un punto nel piano passa una -e una sola- retta
Abitava in un bagno.
La sua casa era un piccolo bagno. Era un bagno di sei metri quadri. Sul lato
lungo rivolto a sud, partendo da destra: il water, il bidè, il lavandino. Di
fronte al lavandino, all’angolo opposto, la doccia, al cui fianco c’erano dei mobiletti.
Poi la porta. Sul lato corto, che guardava ad est, in alto, una piccola
finestra. Sotto, all’angolo, quasi adiacente al water, altri mobiletti. Abitava
in un bagno. Un bagno era la sua casa. Dormiva raggomitolato in centro alla
stanza. I vestiti erano custoditi in quei piccoli mobili con le ante. Lo
stretto necessario per coprirsi. Lavava se stesso e gli abiti nel lavandino,
aveva un piccolo fornello da campo per cucinare. Le pentole e i piatti li
depositava nella doccia, dove erano appesi anche quegli indumenti che non
potevano essere piegati e messi in bell’ordine nei mobili: un cappotto per
l’inverno e un abito elegante ereditato da suo padre. Nessun quadro appeso alle
pareti, uno specchio arrugginito sopra il lavandino che raramente usava. Non badava
molto all’estetica. Usciva di rado. Fumava spesso. Seduto con le ginocchia
contro il petto, le braccia intorno alle gambe, una sigaretta pendente dalle
mani. Dalla brace della sigaretta, seguendo una linea perpendicolare
immaginaria verso il pavimento, all’altra estremità c’era un posacenere.
L’oggetto forse più prezioso che possedesse. In ceramica, dipinto con perizia,
raffigurante una tauromachia. Era il regalo dell’ultima persona con cui aveva
conversato. Era il regalo dell’ultima persona che aveva visto. Era il regalo
dell’ultima donna che aveva baciato. Era il regalo dell’unica donna che aveva
amato. Restava immobile per ore, accendendo una sigaretta con il mozzicone
ardente di quella che stava finendo. Il silenzio lo avvolgeva, o forse era lui
a circondarsi di silenzio. Si muoveva raramente, chiuso come le sue labbra, in
uno stato meditativo a cui mancava l’elemento essenziale: la meditazione.
Seguiva il lento bruciare del tabacco. Immaginava la retta sulla quale si
stendeva la sigaretta, la vedeva prolungarsi fino al muro di fronte, la vedeva
intersecarsi con le linee delle piastrelle, incontrava altri segmenti
immaginari la cui origine rintracciava in qualsiasi forma geometrica fosse
presente in quella stanza, in quella casa. Si scopriva poi impossibilitato a
muoversi per non incocciare in tutte quelle linee. Con le labbra accennava un
debole sorriso perché si sentiva come un oggetto d’antiquariato conservato in
un museo e protetto da possibili furti con un sistema sofisticatissimo
d’allarme. Solo al sorgere del giorno, quando i musei aprono, gli antifurti si
disattivano, poteva nuovamente alzarsi. Faceva due passi in avanti, si voltava,
due passi indietro. Beveva un sorso d’acqua dal lavandino. Tornava a sedersi e
apriva l’ennesimo libro. Leggeva. Gli occhi rincorrevano le righe, si
spostavano in basso seguendo le parole come stessero giocando a guardia e
ladri. Era affascinato dall’idea di non poter mai raggiungere le parole. Sempre
una era un passo più avanti dei suoi occhi. Sfogliava le pagine senza ansia o
cupidigia, il movimento era lento e pacato; con una certa cura poneva il medio
sull’angolo alto della pagina e lo tirava a sé finché la cunetta, che andava
formandosi, non gli sfuggiva dal dito che si trovava repentinamente sotto la
pagina da girare. A quel punto il maggior del lavoro era fatto. Si trattava
solo di accompagnare il foglio appena letto verso gli altri, alla sua sinistra,
che avevano già avuto la stessa sorte. Per ogni pagina voltata aveva la strana
abitudine di portare quella stessa mano, che aveva compiuto lo sforzo,
all’orecchio e tirare, con il pollice e l’indice, il lobo per qualche secondo.
Una persona della casa (o della stanza?) accanto una volta la settimana bussava
e lasciava sul ciglio della porta alcuni viveri, l’essenziale per sopravvivere.
Soprattutto pasta, pane raffermo, qualche verdura. La carne non la portava mai
perché sapeva non poter essere conservata data la mancanza di un frigorifero.
Solo in occasioni speciali, probabilmente coincidenti con qualche festa comandata,
ci si poteva saziare con gli avanzi di un arrosto o di un bollito. Era abituato
a quella dieta e il suo organismo sembrava non soffrirne. Nonostante il poco
moto, infatti, era ancora integro, magro, agile. Spesso digiunava e questo,
forse, aiutava il suo corpo a non accumulare grassi in eccesso. Nelle giornate
di sole, quando dalla finestra filtrava una brezza fresca e si sentiva
particolarmente entusiasta, si toglieva il vezzo di ascoltare un poco di radio
che poggiava sul mobiletto a fianco del water. Quando spegneva la musica
capitava anche che per qualche istante accennasse il motivo dell’ultima canzone
ascoltata. Preso dall’euforia, si concedeva anche il suo piatto preferito
proporzionato alla carenza di viveri di cui disponeva. Era una pasta con aglio
e cipolle, pietanza di cui pochi possono apprezzare il gusto incapaci di
immedesimarsi nella condizione nella quale viveva. In realtà ciò che amava di
quel piatto non era tanto la consistenza degli spaghetti o la presenza del
sapore nella sua bocca, quanto piuttosto la cura con cui lo cucinava. Amava,
infatti, sbucciare le cipolle a mani nude, tagliarle con minuziosa precisione.
Avvicinava sempre il volto per favorire la lacrimazione. Lo trovava un fenomeno
strano e sorprendente oltre ad essere l’unico che i suoi occhi erano ancora in
grado di compiere. Avevano, infatti, abbandonato l’abitudine all’espressione.
Non erano mai stati più tristi, arrabbiati, eccitati, languidi. Questo perché i
sentimenti che dovevano riflettere non avevano più sede nel suo animo e non
avevano nessuno a cui trasmetterli. Il lacrimare dovuto alla cipolla, quindi,
era l’unica attività, oltre alla lettura, che concedeva ai suoi occhi e lo
apprezzava addirittura maggiormente del leggere, proprio perché meno frequente,
se non eccezionale. Così trascorreva le giornate, dormendo raramente, fumando la maggior parte del tempo, leggendo nelle lunghe ore non dedicate alla sopravvivenza. Anche il libri erano forniti
dalla stessa persona che lo nutriva. Non badava alla qualità del romanzo, la
sua lettura era una feroce idiosincrasia per la trama e il dipanarsi della
narrazione. Seguiva affannato le parole, la sintassi, la prosa. Come per la
sigaretta, i mobili, la stanza circostante, individuava e tracciava con la
mente linee e segmenti, sezionava e raffigurava la geometria del componimento,
la smontava e la ricostruiva, ne scovava le leggi e ne svelava i segreti. Era
un lavoro minuzioso, certosino, meticoloso. Non cercava messaggi nascosti, non
sperava di trovare significati celati; si applicava e si sforzava di trovare
la fonte, l’origine dell’ispirazione che aveva dato luogo all’opera. Solo una
notte quando si accorse che stava leggendo la grammatica della sua vita, quando
definì l’architettura della sua esistenza, quando riuscì a svelarne le
fondamenta e l’arredamento, quando illuminò la genesi dei suoi giorni seppe
finalmente quale fosse il titolo del suo romanzo. Riconobbe l’origine in un
posacenere e il punto opposto, al termine del segmento che stava percorrendo,
era un nome di donna, fonte e origine. Le rette e le linee erano sparite. Solo
un punto era rimasto sul piano della sua esistenza: un nome di donna.
July 22 Pericolo, frane!Io so la mia verità 1Voci piagnucolanti tra le spalle e la testa sbavano sul mio collo madido di freddo sudore e voglio usare il cranio come un archibugio rabbia come rullate di batteria dentro lo stomaco Per sparare la mia verità che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia. le mani sono serrate i pugni chiusi a un ritmo di un cuore che va troppo veloce per essere così lento, La mia verità è come una finestra nel vuoto inchiodata ai suoi cardini. e se un grido strozzato in gola è una diga all’alluvione, La mia verità, linea di protezione e coerenza ai deserti che cambianola morsa allo stomaco è un terremoto in procinto di arrivare non sento nulla non sento più nulla non sento nulla non sento
più nulla piangete, ridete, fingete, mentite, scavate, mendicate, ammorbiditi con creme d’isteria in gola come martello pneumatico un respiro rotto dall’affanno di una salita che non voglio salire siamo troppo suggestionabili fingete orgasmi su cuscini delicati Denti serrati si combattono l’un con l’altro nella mia bocca muta Sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie, ma è la mia verità. Sono solo in loro compagnia sono solo in loro compagnia sono solo in loro compagnia E spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa. Ghiaccioli come armi di tortura sono il boia di me stesso l’accesso è negato, l’accesso è negato La mia verità è nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi. Tutto rinchiuso in urlo strozzato a pugni serrati contro muri troppo saldi La mia verità è rinnegare i padri le madri le bocche e gli stomaciRestate lontano, lontano dal campo di tiro, lontano…
l’accesso è negato non sento nulla non sento più nulla non sento nulla non
sento più nulla piangete, ridete, fingete, mentite, scavate, mendicate, ammorbiditi con creme d’isteria in gola come martello pneumatico un respiro rotto dall’affanno di una salita che non voglio salire siamo troppo suggestionabili fingete orgasmi su cuscini delicati in una caverna echi, urla di una gola infiammata Conati di vomito risalgono la gola come lacrime agli occhi Io sono l’assoluto. Io sono il genio. Io sono il mio assassino. Ma sono l’unica cosa che mi rimane. Io sono l’ultima cosa che ho Non sento più nulla, sono solo , non sento più nulla, sono solo. Sarò la prima cosa che avrò Se sono l’ultima cosa che mi rimane. Conati di vomito Sarò la prima cosa che mi rimane. Non sento più nulla, sono solo , non sento più nulla, sono
solo Vomito e fumo. Io sono l'ultima cosa che mi rimane, sono l'ultima cosa che mi rimane. July 02 Il mattino ha il Bruce in bocca
Citazione YouTube - Candy's Room 25/06/2008 Milanomi è arrivata stamattina questa mail da una mia amica (nome in codice: cvitt), la pubblico per intero: Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE in bocca, Il mattino ha il BRUCE 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