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anacoluto

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costruzione sintattica in cui all’elemento che inizia la frase non segue un elemento concordato con esso in modo corretto (ad es. il suo discorso sono tutte invenzioni)
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cheto in un cantuccio attendo in quiete

intorno a me: vivaci solitudini, intrepide inquietudini


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    Jessica
    August 11 10:27 AM
    Ciao bello!A bocca aperta
    E' da un pò di tempo che sono assente e ci tenevo a passare da qui per lasciarti un piccolo salutino. Spero vada tutto bene!
    Animoticon Ne hai visto stelle cadenti questa notte? Metticela tutta ad avverare ogni desiderio, ti raccomando!
    1bacione, caro!
    ...Jessica!
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    anacoluto
    August 07 5:05 PM
    non disperare, mia cara Ely, goditi questo caldo fugace prima dei lunghi mesi invernali. apprezza talvolta la noia di potersi annoiare, a braccia larghe in cerca di un vano refrigerio, grattandosi la panza in armonia con stentati sbadigli. che somma soddisfazione!!!! se poi ti capitasse tra le mani a cold beer sarebbe quasi perfetto!!! bacio
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    єℓу
    August 07 11:08 AM
    Uffa, che caldo e che noia!
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    єℓу
    August 05 11:57 AM
     La Birra la birra la birra... O il Vino?!?!!? (spero che tu abbia visto Berlinguer TVB)
    Vabbè via, porterò qualcosa di rosso, dolce e tannico! ;)
    Ti ho aggiunto al mio elenco di Spaces Amici, ora sei tra i VIP!
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    Jacopo
    August 03 11:15 AM
    Ciao!! grazie della visita... sui libri magari avremo gusti un po diversi, però con gli amici no.. ne abbiamo un sacco in comune!!! ahah
    Ti ho "additato" ehehe
    A presto
    ciaociao
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August 08

03 Passaggio Banco del mutuo soccorso

Tutto è buio, le tenebre avvolgono una stanza spoglia. Carte stropicciate vengono spostate da spifferi d’aria provenienti da un mondo a cui non appartengono più. Al centro di un pavimento polveroso un clavicembalo spaurito. Passi nell’ombra, passi che non hanno inizio, passi che non hanno gambe. Voce nelle tenebre, voce che non ha eco, voce che non ha gola. Come la prima goccia d’acqua al sorgere del mondo, note fioriscono da quel clavicembalo abbandonato: lucciole sul mare, monete lanciate in aria contro il sole, lacrime tra le mani, secondi di una vita sfuggita, pizzicotti ad un ubriaco addormentato, briciole di pane nel deserto, coltellate ad un innocente, ricordi seminati al vento come coriandoli, baci ad una fotografia, petali caduti su una lapide, stelle comete tra le nuvole, battiti di ciglia prima di aprire gli occhi. Una ghigliottina a coprire tasti ancora impolverati. Passi nell’ombra, passi che non hanno fine, passi che non hanno gambe. Nell’oscurità una porta dalla quale entrano altre tenebre. La luce delle note si riflette nel ricordo, in precario equilibrio sul sottile filo del silenzio. 

Nuova categoria: banco del mutuo soccorso. Libera interpretazione, libera ispirazione. Come vivo l’album che mi ha cambiato la vita: Banco del mutuo soccorso. Iniziamo dalla traccia 3: Passaggio. Siccome non sono in grado di mettere la musica nel post e non avendo trovato video a riguardo è vivamente consigliato l’ascolto della traccia.
August 01

CaldOrEstivo

Afa pressante e costante. Spengo il ventilatore, voglio sudare per ore. Il caldo è in saldo in quest’estate che a vampate ritorna e osannate sono le giornate assolate. Mi verso un bicchiere di vino, sudo e mi inchino alla temperatura della natura. Devo cuocere il macinato altrimenti andrà buttato, decido repentino per un ragù sbarazzino e con le carni avanzate delle polpette arrotondate. Cuociono sui fornelli, mi si bagnano i capelli mentre osservo il soffritto. Me lo ha prescritto il dottore: ancora un sorso di vino. Fa capitolino nella stanza la calura della fiamma che, come fotogramma annebbiato, delinea quanto sono accaldato. Ma caldo è quello che voglio, saldo resto, non imbroglio. Caldo, afa, sudore. L’ardore che lambisce la mia pelle inumidisce le mie snelle aspirazioni. Il provar calore sono solo emozioni. Stati d’animo che rianimo per combattere l’inverno, il perno della discussione è proprio questo. Sentire per il resto della stagione l’ardore del caldo se non sulla pelle, almeno nel cuore.  
July 27

Per un punto nel piano passa una -e una sola- retta

Abitava in un bagno. La sua casa era un piccolo bagno. Era un bagno di sei metri quadri. Sul lato lungo rivolto a sud, partendo da destra: il water, il bidè, il lavandino. Di fronte al lavandino, all’angolo opposto, la doccia, al cui fianco c’erano dei mobiletti. Poi la porta. Sul lato corto, che guardava ad est, in alto, una piccola finestra. Sotto, all’angolo, quasi adiacente al water, altri mobiletti. Abitava in un bagno. Un bagno era la sua casa. Dormiva raggomitolato in centro alla stanza. I vestiti erano custoditi in quei piccoli mobili con le ante. Lo stretto necessario per coprirsi. Lavava se stesso e gli abiti nel lavandino, aveva un piccolo fornello da campo per cucinare. Le pentole e i piatti li depositava nella doccia, dove erano appesi anche quegli indumenti che non potevano essere piegati e messi in bell’ordine nei mobili: un cappotto per l’inverno e un abito elegante ereditato da suo padre. Nessun quadro appeso alle pareti, uno specchio arrugginito sopra il lavandino che raramente usava. Non badava molto all’estetica. Usciva di rado. Fumava spesso. Seduto con le ginocchia contro il petto, le braccia intorno alle gambe, una sigaretta pendente dalle mani. Dalla brace della sigaretta, seguendo una linea perpendicolare immaginaria verso il pavimento, all’altra estremità c’era un posacenere. L’oggetto forse più prezioso che possedesse. In ceramica, dipinto con perizia, raffigurante una tauromachia. Era il regalo dell’ultima persona con cui aveva conversato. Era il regalo dell’ultima persona che aveva visto. Era il regalo dell’ultima donna che aveva baciato. Era il regalo dell’unica donna che aveva amato. Restava immobile per ore, accendendo una sigaretta con il mozzicone ardente di quella che stava finendo. Il silenzio lo avvolgeva, o forse era lui a circondarsi di silenzio. Si muoveva raramente, chiuso come le sue labbra, in uno stato meditativo a cui mancava l’elemento essenziale: la meditazione. Seguiva il lento bruciare del tabacco. Immaginava la retta sulla quale si stendeva la sigaretta, la vedeva prolungarsi fino al muro di fronte, la vedeva intersecarsi con le linee delle piastrelle, incontrava altri segmenti immaginari la cui origine rintracciava in qualsiasi forma geometrica fosse presente in quella stanza, in quella casa. Si scopriva poi impossibilitato a muoversi per non incocciare in tutte quelle linee. Con le labbra accennava un debole sorriso perché si sentiva come un oggetto d’antiquariato conservato in un museo e protetto da possibili furti con un sistema sofisticatissimo d’allarme. Solo al sorgere del giorno, quando i musei aprono, gli antifurti si disattivano, poteva nuovamente alzarsi. Faceva due passi in avanti, si voltava, due passi indietro. Beveva un sorso d’acqua dal lavandino. Tornava a sedersi e apriva l’ennesimo libro. Leggeva. Gli occhi rincorrevano le righe, si spostavano in basso seguendo le parole come stessero giocando a guardia e ladri. Era affascinato dall’idea di non poter mai raggiungere le parole. Sempre una era un passo più avanti dei suoi occhi. Sfogliava le pagine senza ansia o cupidigia, il movimento era lento e pacato; con una certa cura poneva il medio sull’angolo alto della pagina e lo tirava a sé finché la cunetta, che andava formandosi, non gli sfuggiva dal dito che si trovava repentinamente sotto la pagina da girare. A quel punto il maggior del lavoro era fatto. Si trattava solo di accompagnare il foglio appena letto verso gli altri, alla sua sinistra, che avevano già avuto la stessa sorte. Per ogni pagina voltata aveva la strana abitudine di portare quella stessa mano, che aveva compiuto lo sforzo, all’orecchio e tirare, con il pollice e l’indice, il lobo per qualche secondo. Una persona della casa (o della stanza?) accanto una volta la settimana bussava e lasciava sul ciglio della porta alcuni viveri, l’essenziale per sopravvivere. Soprattutto pasta, pane raffermo, qualche verdura. La carne non la portava mai perché sapeva non poter essere conservata data la mancanza di un frigorifero. Solo in occasioni speciali, probabilmente coincidenti con qualche festa comandata, ci si poteva saziare con gli avanzi di un arrosto o di un bollito. Era abituato a quella dieta e il suo organismo sembrava non soffrirne. Nonostante il poco moto, infatti, era ancora integro, magro, agile. Spesso digiunava e questo, forse, aiutava il suo corpo a non accumulare grassi in eccesso. Nelle giornate di sole, quando dalla finestra filtrava una brezza fresca e si sentiva particolarmente entusiasta, si toglieva il vezzo di ascoltare un poco di radio che poggiava sul mobiletto a fianco del water. Quando spegneva la musica capitava anche che per qualche istante accennasse il motivo dell’ultima canzone ascoltata. Preso dall’euforia, si concedeva anche il suo piatto preferito proporzionato alla carenza di viveri di cui disponeva. Era una pasta con aglio e cipolle, pietanza di cui pochi possono apprezzare il gusto incapaci di immedesimarsi nella condizione nella quale viveva. In realtà ciò che amava di quel piatto non era tanto la consistenza degli spaghetti o la presenza del sapore nella sua bocca, quanto piuttosto la cura con cui lo cucinava. Amava, infatti, sbucciare le cipolle a mani nude, tagliarle con minuziosa precisione. Avvicinava sempre il volto per favorire la lacrimazione. Lo trovava un fenomeno strano e sorprendente oltre ad essere l’unico che i suoi occhi erano ancora in grado di compiere. Avevano, infatti, abbandonato l’abitudine all’espressione. Non erano mai stati più tristi, arrabbiati, eccitati, languidi. Questo perché i sentimenti che dovevano riflettere non avevano più sede nel suo animo e non avevano nessuno a cui trasmetterli. Il lacrimare dovuto alla cipolla, quindi, era l’unica attività, oltre alla lettura, che concedeva ai suoi occhi e lo apprezzava addirittura maggiormente del leggere, proprio perché meno frequente, se non eccezionale.  Così trascorreva le giornate, dormendo raramente, fumando la maggior parte del tempo, leggendo nelle lunghe ore non dedicate alla sopravvivenza. Anche il libri erano forniti dalla stessa persona che lo nutriva. Non badava alla qualità del romanzo, la sua lettura era una feroce idiosincrasia per la trama e il dipanarsi della narrazione. Seguiva affannato le parole, la sintassi, la prosa. Come per la sigaretta, i mobili, la stanza circostante, individuava e tracciava con la mente linee e segmenti, sezionava e raffigurava la geometria del componimento, la smontava e la ricostruiva, ne scovava le leggi e ne svelava i segreti. Era un lavoro minuzioso, certosino, meticoloso. Non cercava messaggi nascosti, non sperava di trovare significati celati; si applicava e si sforzava di trovare la fonte, l’origine dell’ispirazione che aveva dato luogo all’opera. Solo una notte quando si accorse che stava leggendo la grammatica della sua vita, quando definì l’architettura della sua esistenza, quando riuscì a svelarne le fondamenta e l’arredamento, quando illuminò la genesi dei suoi giorni seppe finalmente quale fosse il titolo del suo romanzo. Riconobbe l’origine in un posacenere e il punto opposto, al termine del segmento che stava percorrendo, era un nome di donna, fonte e origine. Le rette e le linee erano sparite. Solo un punto era rimasto sul piano della sua esistenza: un nome di donna.     

July 22

Pericolo, frane!

Io so la mia verità 1

Voci piagnucolanti tra le spalle e la testa sbavano sul mio collo madido di freddo sudore

e voglio usare il cranio come un archibugio

rabbia come rullate di batteria dentro lo stomaco

Per sparare la mia verità che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia.

le mani sono serrate i pugni chiusi a un ritmo di un cuore che va troppo veloce per essere così lento,

La mia verità è come una finestra nel vuoto inchiodata ai suoi cardini.

e se un grido strozzato in gola è una diga all’alluvione,

La mia verità, linea di protezione e coerenza ai deserti che cambiano

la morsa allo stomaco è un terremoto in procinto di arrivare
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile

non sento nulla non sento più nulla non sento nulla non sento più nulla
Siamo troppo suggestionabili

piangete, ridete, fingete, mentite, scavate, mendicate,
Infantili ed interpretabili siamo troppo suggestionabili

ammorbiditi con creme d’isteria
Ci muoviamo ma siamo immobili

in gola come martello pneumatico un respiro rotto dall’affanno di una salita che non voglio salire

siamo troppo suggestionabili

fingete orgasmi su cuscini delicati
Io so la mia verità.

Denti serrati si combattono l’un con l’altro nella mia bocca muta

Sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie, ma è la mia verità.

Sono solo in loro compagnia sono solo in loro compagnia sono solo in loro compagnia

E spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa.

Ghiaccioli come armi di tortura sono il boia di me stesso l’accesso è negato, l’accesso è negato

La mia verità è nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi.

Tutto rinchiuso in urlo strozzato a pugni serrati contro muri troppo saldi

La mia verità è rinnegare i padri le madri le bocche e gli stomaci

Restate lontano, lontano dal campo di tiro, lontano… l’accesso è negato
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile

non sento nulla non sento più nulla non sento nulla non sento più nulla
Siamo troppo suggestionabili

piangete, ridete, fingete, mentite, scavate, mendicate,
Infantili ed interpretabili siamo troppo suggestionabili

ammorbiditi con creme d’isteria
Ci muoviamo ma siamo immobili

in gola come martello pneumatico un respiro rotto dall’affanno di una salita che non voglio salire

siamo troppo suggestionabili

fingete orgasmi su cuscini delicati
Io so la mia verità e voglio andare in fondo a tutto quello che so

in una caverna echi, urla di una gola infiammata
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò. Perché io sono un uomo. Io sono insicuro. Io sono il padre la madre il figlio. Io sono il vertice.

Conati di vomito risalgono la gola come lacrime agli occhi

Io sono l’assoluto. Io sono il genio. Io sono il mio assassino.

Ma sono l’unica cosa che mi rimane. Io sono l’ultima cosa che ho

Non sento più nulla, sono solo , non sento più nulla, sono solo.

Sarò la prima cosa che avrò Se sono l’ultima cosa che mi rimane.

Conati di vomito

Sarò la prima cosa che mi rimane.

Non sento più nulla, sono solo , non sento più nulla, sono solo
Siamo troppo suggestionabili.

Vomito e fumo. Io sono l'ultima cosa che mi rimane, sono l'ultima cosa che mi rimane.



1 Suggestionabili / Paolo Benvegnù. Tratto da: Piccoli fragilissimi film. 2003


July 02

Il mattino ha il Bruce in bocca

 

Citazione

YouTube - Candy's Room 25/06/2008 Milano

 
mi è arrivata stamattina questa mail da una mia amica (nome in codice: cvitt), la pubblico per intero:

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